Lucio, l'angelo mai sazio

Il maiale trasportava la sua libidine attraverso il cielo d'agosto.
Il bambino lo osservava da terra, rapito dal volo del grasso suino.
Solo lui poteva vederlo. Solo i neonati vedono i beati che salgono in paradiso o i dannati che precipitano all'inferno.

Lucio, il porco volante, non era sempre stato un maiale, ma in un tempo non troppo lontano era stato un angelo. Un meraviglioso angelo con tutte le cosine al posto giusto: i riccioli biondi, le guance paffute, il camicione bianco ed un'apertura alare da fare invidia ad un'aquila. 
Per molti secoli aveva orgogliosamente occupato uno dei posti di prestigio nel coro delle voci bianche di Santa Cecilia. Tutti lo amavano e ne ammiravano le doti canore, fino a quando una mattina accadde l'inspiegabile: Lucio, che era andato a dormire con una vocina celestiale, si svegliò con un vocione da scaricatore di porto, degno di San Pietro dopo tre pacchetti di Stop senza filtro.
Santa Cecilia, che lo conosceva da quando era un puttino piccolo piccolo e gli era tanto affezionata, lo tenne comunque nel coro ma con l'ordine tassativo di non cantare, ma muovere le labbra senza emettere un suono.

Lucio era ogni giorno più triste, si sentiva diverso da tutti i suoi amici, il suo vocione sgraziato lo imbarazzava e poi sentiva crescere dentro di sé  una fame pazzesca che lo tormentava.
Lui cercava di saziare le proprie voglie a suon di merendine: celestiali crostatine al cioccolato, paradisiache ciambelle ricoperte di zucchero e canditi, divini bomboloni alla crema, babeliche montagne di profitterol e, durante le feste comandate, morbidi panettoni farciti e burrosi colesterolici pandori.
Gli altri cantavano e lui mangiava, gli altri provavano le scale e lui faceva i fanghi nella crema pasticcera, gli altri si esercitavano fino a raggiungere la perfezione e lui s'ingozzava fino ad una bella indigestione.
Lucio mangiava ma non era mai sazio.

Il Grande Capo, che tutto sa e tutto vede, per dare un freno all'ingordo cherubino, riportarlo sulla retta via e abbassargli i trigliceridi, lo mise a dieta con la minaccia che ad ogni dolce ingoiato l'avrebbe duramente  punito. E così ebbe inizio la metamorfosi.
Cassata siciliana? Via i boccoli biondi. Sachertorte? Due belle orecchie a punta. Zuppa inglese? Un enorme naso grufolante. Cartellate pugliesi? Una codona a turacciolo. Creme caramel? Quattro piedi porcini.
In poco tempo il povero Lucio si trovò trasformato in un grosso maiale e, abbandonato definitivamente il coro, prese a vagare triste e solitario: "Perché? Perché sono diverso dagli altri? Cos'è questo languore che sento dentro e che nulla riesce a saziare?", si chiedeva sospirando.
Ma un giorno, tra un lamento e l'altro, lo sventurato s'imbattè in Santa Eustacchia da Cinisello Balsamo, tre volte vincitrice del concorso miss Settimo Cielo, "Buongiorno mio sfortunato amico. Ho sentito del tuo crudele destino. Posso fare qualcosa per rendere lieve la tua esistenza?"  gli disse lei, che oltre ad essere bella era anche buona e gentile.
"Sorbole, che bocce!" rispose lui ingrifato come un riccio in amore.

E così finalmente si svelò l'arcano: quello di Lucio era un gravissimo caso di frustrazione sessuale da pubertà isterica. Egli, in quanto angelo e quindi asessuato, era privo di tutta la strumentazione necessaria per l'accoppiamento ma, per un rarissimo difetto di fabbricazione, provava comunque le pulsioni terrene tipiche di un adolescente. Anzi di un branco di adolescenti.
Lucio sublimava la mancanza di sesso con l'abbondanza di cibo.

Un angelo obeso ed ingordo era ancora accettabile, ma un maiale che cercava d'infilare il proprio nasone tra le tette di Eustacchia no! E così il Grande Capo lo condannò alla dannazione eterna, lo spogliò delle angeliche ali, gli regalò un forcone, e con un divino calcione nel sedere lo spinse giù verso l'inferno.
Lucio, dopo una perfetta parabola compiuta sopra Posillipo, ebbe giusto il tempo di urlare all'inconsapevole folla napoletana: "Una sfogliatella, lanciatemi una sfogliatella!", per poi venir inghiottito dal Vesuvio e schiantarsi davanti alle infernali porte.
"Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate!", recitava un cartello.
"Cazzo! Cominciamo bene", esclamò il porco, che si stava velocemente adattando al nuovo ambiente.
Al cancello gli venne incontro un gran bel pezzo di diavolessa: un metro e ottanta di femmina, avvolta in una tuta di pelle nera, con lunghi capelli rossi, occhi da gatta, labbra a canotto ed una coda che schioccava come una frusta.
Fu amore a prima vista.
"Prendimi, mangiami, rivoltami come un calzino, insaccami come un cacciatorino, sprimacciami come un cuscino: voglio essere tuo per sempre!", la supplicò Lucio, che dopo tutti questi anni di sofferenze non era certo propenso ad un lungo corteggiamento.
Lei lo guardò, capì di aver trovato finalmente la sua metà della mela, e sorridendo gli disse: "Accomodati amore mio."

Ora Lucio è un diavolo felice: ha tanti nuovi amici, un posto fisso come capo reparto nel girone dei golosi ed una fidanzata con cui saziare tutti gli appetiti.


ps: un doveroso grazie al Prof, autore dell'illuminata ed illuminante frase "Il maiale trasportava la sua libidine".

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