Undici Luglio Millenovecentoottantadue (Tutta la storia)

(I più affezionati tra i miei lettori avranno già letto la prima e la seconda parte di questo racconto.
Parti che però, nel frattempo, ho modificato.
Ora che, finalmente, ho raggiunto la versione finale della storia ho deciso di ripubblicarla tutta: dall'inizio alla fine.
Buona lettura.)

Tore saliva le scale portando con sé il pesante fardello della sconfitta.
Era successo anche oggi. Succedeva ogni giorno.
"Sei troppo piccolo", gli dicevano. E, con questa scusa, non lo facevano mai giocare a calcio con loro. O, peggio ancora, lo mettevano in porta. Così. Solo per fare numero. Come si fa con le femmine o con gli imbranati che non hanno i piedi buoni.
Ma lui i piedi buoni ce li aveva. Ce li aveva, eccome.
Tore era bravo. Sapeva di esserlo. Se lo sentiva fin nella punta degli alluci. Se lo sognava pure la notte, con gli occhi aperti e con gli occhi chiusi.
Ciò che gli serviva era solo la possibilità di giocare. Almeno una volta. La possibilità di volare sul campo, dribblare panchine e lampioni, e colpire il pallone così forte da farlo incastrare nella cancellata rossa della scuola.

Mentre trascinava delusione e sogni ad occhi aperti, Tore passò accanto a Mimmo “Lo Stanco”, ma non lo vide.
Mimmo trascorreva tutti i giorni sul ballatoio. Stava sempre seduto sulla stessa sedia. D'inverno con dei vecchi pantaloni di fustagno, un maglione grigio consumato sui gomiti ed un paio di scarponcini da montagna. D'estate con dei pantaloncini azzurri, una canotta bianca e delle ciabatte di plastica.
Mimmo stava sempre là. Nessuno l’aveva mai visto senza quella seggiola attaccata al sedere.
Il professor Peppe, detto il filosofo, diceva che era come un centauro con il busto da uomo e le zampe da sedia. La mamma di Mimmo invece diceva che no, suo figlio era nato con due gambe e due braccia come tutti gli altri, ma era solo un poco pigro. Un poco pigro ma tanto buono.
Mimmo aveva quarant’anni, o forse cinquanta, o anche sessanta. Non lavorava. Non studiava. Non beveva. E non fumava. Non faceva niente. Guardava la gente passare. E ogni tanto parlava.

Quel giorno parlò.

"Ti devi portare il pallone", disse alla schiena curva e afflitta di Tore.
“Che?”
"Ti devi portare il pallone ai giardinetti. Se ti porti il pallone ti devono far giocare per forza"
"Ma io non ce l'ho"

Mimmo aprì la bocca. Poi la richiuse. Poi l’aprì. E poi la richiuse. Non se l’aspettava mica una cosa così. Non lo sapeva che al mondo ci stavano bambini senza pallone.
Che terra infelice gli era toccata!

Mimmo infilò l’unghia del mignolino destro nell’orecchio. Si grattò la nuca.
Sbadigliò. Tossì. Starnutì. Ruttò. E scorreggiò.
Chiuse gli occhi e li riaprì. Si sporse in avanti.
Fece scricchiolare le ginocchia.
E.
Si alzò.

I pantaloncini sudati fecero “sguisccc”. Tore spalancò la bocca. La gatta orba e nera dei vicini scappò. La zoccola del quarto piano smise di fare il lavoretto al maresciallo. La maestra Giannetta macchiò il foglio d’inchiostro. Tutto il palazzo si fermò. Il mondo intero si fermò.

Mimmo sparì nella cucina che puzzava di broccoli. E dopo un attimo ne uscì con una vecchia palla di cuoio.
La teneva in equilibrio sul palmo della mano. Una mano enorme. La mano di Dio.
La palla era grigia, vecchia e consumata. Bellissima.
"Ore ce l'hai", disse Mimmo.


Dall’altra parte del cortile, nel bagno verde a rombi, Rosetta era impegnata a scalare uno sgabello ballerino.
Questo ondeggiava a destra e poi a sinistra. A sinistra e poi a destra. Avanti e poi indietro. Indietro e poi avanti. Un due tre. Un due tre. Un due tre.
Quando la danza a tre gambe finalmente si concluse, la bambina riuscì a guardarsi allo specchio. Si guardò e due grandi lacrime le rotolarono lungo le guance finendo a terra.
“Splash”, fecero.
Erano lacrime gonfie e pesanti.

“Così sembro un maschio”, si lamentò Rosetta.
“Domani ti porto a fare i buchi alle orecchie” le disse la madre spazzando via i capelli dal pavimento.
Erano stati vivi e felici. Ora erano solo un tappeto morto sotto il lavandino. Un sorcio svenuto. Una marmotta defunta. Che fine indegna era toccata Loro!

“Da grande mi farò crescere i capelli fino a terra”, si ribellò Rosetta.
“Da grande farai come ti pare. Ora però scendi da lì e vai ai giardini che, a forza di stare in casa, ti stai facendo gialla come una cinese”
“Non ci voglio andare ai giardini. Non conosco nessuno”
“E non conoscerai mai nessuno se non esci”
“Ma mamma…”
“Fila a divertirti, sciò!”

Rosetta sospirò e scivolò giù dallo sgabello. Il danzatore a tre gambe riprese ad ondeggiare. Avanti e indietro. Indietro e avanti. Un due tre. Un due tre. Un due tre.
La rumba si concluse senza incidenti e la bambina si trascinò fuori casa.
Lungo il ballatoio incontrò la testa di una bambola. Non una bambola intera ma solo la testa. Una capoccia piena di lunghi boccoli biondi. Una capoccia abbandonata tra un trattore di plastica ed un vecchio peluche puzzolente.
Rosetta guardò la bambola. L’occhio destro della bambola guardò Rosetta. Quello sinistro no.
La bambina ebbe un’ispirazione. Tirò indietro il piede e poi lo lasciò scattare in avanti come una molla.
Impatto. Colpo d’interno destro. Stadio in delirio.

La testa della bambola, dopo una parabola perfetta al di sopra del cortile, atterrò ai piedi di Mimmo.
Lui guardò Rosetta e poi guardò la capoccia color paglia. L’occhio destro ricambiò lo sguardo. Quello sinistro no.
“Anche quella bambina nuova avrebbe bisogno di un pallone“, disse Mimmo.

Tore lo ascoltò ma non capì.
Non era ancora giunto il tempo.
E con il pallone di cuoio stretto tra le braccia corse felice verso i giardini.

“Ho la palla”, urlò una volta raggiunto il campetto senza erba.
“Ho la palla”, ripeté portandola in trionfo come una coppa. La coppa del mondo.

Ai bambini più grandi venne l’acquolina in bocca. Un pallone così bello non l’avevano mai visto. Era uno di quelli di cui aver rispetto. Uno di quelli che usano i grandi. Uno di quelli con cui si può vincere tutto, ogni sfida ed ogni paura.
“Giochiamo”, disse Nico il Ripetente, “ma le squadre le faccio io. Tu starai con lo Storto e col Corto. Io col Pennacchione, l’Armadio e la Bestia”
Da una parte presero posto i giganti.
Dall’altra. Gli altri.

“Ma così siamo tre contro quattro non è mica tanto giusto”, disse il Corto facendosi i conti sulle dita.
“E che è? Manco abbiamo cominciato e già trovate scuse?”
“No!” rispose Tore con gli alluci che gli prudevano dalla voglia di giocare.
Poi poggiò il pallone a terra e, finalmente, la sua partita ebbe inizio.


Mimmo, ancora in piedi, sciabattò lungo il ballatoio fino alla porta dei vicini e poi bussò.
Il professor Peppe andò ad aprire.
“Prendete il televisore e portatelo sotto. Questa sarà una grande serata”, disse lo Stanco.
Il Filosofo eseguì gli ordini senza fiatare, svelto svelto, e con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro. Tale era la fiducia nelle doti divinatorie del centauro, metà uomo e metà sedia.


Intanto Rosetta si era messa in fila ad aspettare il suo turno all'altalena. Stava là buona buona con gli occhi bassi, i riccetti corti e la voglia di tornarsene a casa.
Le altre bambine scherzavano e ridevano. Erano belle e simpatiche. Erano amiche. Avevano i capelli lunghi e sapevano qual era il loro posto. Il loro posto nel mondo. Tutti lo sapevano. Tutti tranne Rosetta. Lei non l’aveva mai saputo.
Poi, adesso, da quando aveva cambiato casa, di cose ne sapeva ancora meno del solito. Non sapeva dove stava l’oratorio. Non sapeva dove facevano la miglior granita di gelsi e panna del quartiere. Non sapeva quali erano i buoni e quali i cattivi. Sapeva che odiava i capelli corti. Sapeva tutte le tabelline tranne quella dell’8. Sapeva fare la ruota, anche se le veniva un poco storta.
E sapeva di avere i piedi buoni. Ecco, di quello era sicura. Gliel’aveva detto nonno Niria, buonanima. Ma di questo talento, però, non sapeva proprio che farsene.


Nel cortile vennero sistemate tante seggiole. Blu, rosse, di plastica, di paglia e persino una poltrona. La poltrona del professor Peppe, che soffriva d’emorroidi e voleva stare comodo per lo storico evento. Qualcuno portò del vino e qualcun altro spadellò una frittata di spaghetti per un esercito. Del resto questa era una battaglia. Una battaglia che non si poteva perdere. E quando Gino lo scemo si presentò con della birra tedesca venne preso a ceffoni e male parole.


Ai giardinetti ormai si era fatto buio ma Tore correva, correva senza stancarsi. Sapeva che non avrebbe vinto, gli altri era troppo forti e, soprattutto, troppo grossi ma non gli importava. Lui voleva solo giocare. E stava giocando. Finalmente.
Tore correva. Calciava. E pensava. Pensava che al mondo non poteva esserci niente di più bello che il calcio. Neanche le figurine. Neanche le macchinine. Neanche la granita. Neanche la granita al cioccolato. Neanche la granita al cioccolato con la panna. Niente.
Intanto il Corto sbagliò un passaggio. Un altro. E Tore pensò che meglio del calcio ci poteva essere solo una partita di calcio con un amico coi piedi buoni. Magari non quanto i suoi. Ma quasi.


Nel frattempo tutto il condominio si era sistemato davanti al televisore.
La gatta orba e nera dei vicini stava seduta in braccio alla zoccola del quarto piano. Il maresciallo teneva stretta la mano della moglie. La maestra Giannetta tratteneva la pipì per non perdersi neanche un minuto della partita. Tutto il palazzo si era fermato. Il mondo intero si era fermato.
Erano tutti seduti. Tutti seduti tranne Mimmo. Mimmo stava in piedi. Dritto come un fuso. Con gli occhi guardava la partita al Santiago Bernabeu. Ma col cuore seguiva quella al campetto dall’altra parte della strada.


Rosetta, intanto, stava ancora aspettando il suo turno all’altalena.
Le erano già passate avanti in tre.
"Forse non mi hanno vista", aveva pensato.
“Ora gli dico qualcosa”, si era convinta.
“Ma magari è meglio di no”, aveva deciso.

Quando finalmente toccò a lei, il pallone le rotolò fino sui piedi.
Tore si avvicinò per raccoglierlo. Poi pensò alla capoccia volante con i lunghi boccoli biondi. E capì.
 Era giunto finalmente il tempo.
"Ci serve un quarto. Vuoi giocare?", chiese a Rosetta.
"Sono una femmina", rispose lei.
“Lo so”
“Non voglio stare in porta”
“In porta ci sta lo Storto. Tu starai in attacco con me”
“Sono brava a fare i cross”
“Lo so”
E Rosetta corse ad occupare il proprio posto in campo.
Chissà come sarebbe stato contento nonno Niria, buonanima.


Mimmo sorrise.
E poi.
Infilò l’unghia del mignolino destro nell’orecchio. Si grattò la nuca. Sbadigliò. Tossì. Starnutì. Ruttò. E scorreggiò.
Chiuse gli occhi e li riaprì.
Si sporse in avanti.
Fece scricchiolare le ginocchia.
E.
Si rimise seduto.


Rosetta crossò.
Tore segnò.

Tardelli. Pure.

Lo stadio esplose. Il condominio urlò. Rosetta fece la ruota.
Le venne storta come al solito. Gli altri bambini risero. Anche Tore. Ma poi allungò la mano e l’aiutò ad alzarsi.

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